In 5 minuti di camera di consiglio, I giudici della prima sezione penale di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi dall'accusa di falso in bilancio, perché questo illecito non è più previsto come reato. La sentenza è stata emessa nell'ambito del processo stralcio per la vicenda Sme. Berlusconi era accusato di aver falsificato i bilanci della Fininvest dal 1986 al 1989 per creare la scorta di denaro necessaria a corrompere i giudici romani nella vertenza sulla compravendita della Sme, il colosso agroalimentare pubblico dell'Iri. Per la stessa vicenda erano stati condannati, fra gli altri, l'avvocato ed ex ministro Cesare Previti ed il giudice Renato Squillante.
Complessivamente l'udienza è durata circa un quarto d'ora. Il pm, Ilda Boccassini, aveva chiesto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. La difesa, invece, aveva sollecitato l'assoluzione perché il fatto non è più previsto come reato, tesi accolta dalla corte.
Per chiarezza verso coloro che sottolineeranno il termine assoluzione, forse è bene riportare qualche particolare tecnico della sentenza.
I giudici della prima sezione penale di Milano, presieduti da Antonella Bertoia, hanno prosciolto Silvio Berlusconi dall'accusa di falso in bilancio con la formula dell'art. 129 comma 1, che dispone: "in qualunque stato e grado del processo, il giudice, il quale riconosce che (...) il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, lo dichiara d'ufficio con sentenza". Si sarebbe parlato di assoluzione se la prima sezione penale avesse optato per la formula prevista dall'art. 129 comma 2, secondo il quale: "quando ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti è evidente che (...) il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione". Tra la formula del proscioglimento per prescrizione, chiesta dal pubblico ministero Ilda Boccassini, e quella del "fatto non previsto dalla legge come reato", è stata scelta la seconda, più favorevole all'imputato, poiché la prescrizione riguarda un'ipotesi di reato che nella vicenda in esame neppure si poteva configurare, dopo la modifica della legge sul falso in bilancio, voluta dal governo presieduto dallo stesso Berlusconi. Pertanto, con una sintesi per noi profani, si potrebbe parlare di assoluzione tecnica e non sostanziale (i fatti non sono stati giudicati in questo processo stralcio).
"Forza Italia dirà a Marini che resta della convinzione sia meglio andare subito al voto". E' quanto si legge in una nota Ansa che riporta le dichiarazioni di Berlusconi. Franco Marini è stato incaricato dal presidente Napolitano di tentare la formazione di un governo provvisorio che modifichi l'attuale legge elettorale poiché, con quella attuale, si avrebbe di nuovo una pletora di partitini. "Non ci sono margini di dialogo sulla legge elettorale", afferma il leader di Forza Italia, reduce da un incontro di un'ora con il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini. I due esponenti politici sono concordi nell'affermare che "la prossima dovrà essere una legislatura costituente".
Per caso, quando sono stati al governo hanno dimenticato di depenalizzare qualcos'altro? Vogliono abolire il potere giudiziario? Dar luogo alle nomination anche per i giudici?
A proposito, chissà se Casini ha digerito i cannoli di Cuffaro.
* Per dare maggiore visibilità al commento, a questo post di alcuni giorni fa aggiungo l'intervento scritto da Ruy Díaz, che mi sembra illuminante e che amplia la prospettiva del problema. A conferma, si può dire che è di pochi mesi or sono la pubblicazione di una statistica internazionale che pone l'Italia nella parte bassa della classifica dei Paese preferiti per gli investimenti dall'estero, a causa dell'alto livello di corruzione delle istituzioni e dell'intero sistema (siamo quasi al livello del Kenia o della Nigeria, non ricordo bene). Grazie, Paolo.
C'è un aspetto della questione "assoluzione" che vorrei porre in evidenza. Si tratta della portata destabilizzante e, vorrei dire, eversiva della norma in base alla quale il nostro Silvio nazionale è stato "assolto".
In un Paese come il nostro, basato su un'economia di mercato, affermare che gli amministratori di una società non sono perseguibili per aver truccato i conti, renderà i risparmiatori ancora più diffidenti verso l'investimento in titoli azionari.
Chi si sentirà più tranquillo nell'affidare i propri sudati risparmi a qualcuno che potrebbe raccontare frottole in sede di approvazione di bilancio e farla franca?
Mi si potrebbe obiettare che esistono le società di revisione e i controlli della Co.N.So.B., ma i recenti scandali finanziari (Parmalat in testa, ma anche Enron e il recentissimo della francese Soc. Gén.) ci insegnano che i controlli possono essere facilmente elusi.
Davvero un bel viatico per la ripresa economica dell'Italia che tutti, solo a parole, dicono di volere.
Ruy Díaz
mercoledì 30 gennaio 2008
domenica 27 gennaio 2008
Tacet (lettera ad una nazione mai nata)
Avvilente. Due terzi delle famiglie italiane fatica ad arrivare al 27, più della metà deve vivere con meno di 1.900 euro al mese, solo una su 10 riesce a risparmiare qualcosa, comprare a rate è diventata una regola. L'Italia arranca mentre in Senato brindano e mangiano mortadella alla caduta del governo. Il capriccio di pochi (accomunati da consorti alle prese con la giustizia) piega le ginocchia a tanti. Gazzarra indecorosa, giochi di potere arrogante e sfacciato, cosa pubblica considerata come propria.
Ma non è questo Barnum da retrobottega che avvilisce.
A sconfortare davvero è la consapevolezza che questi politici siamo noi, ci rappresentano come una immagine speculare. L'Italia non è mai stata una Repubblica, è rimasta quella dei comuni, delle congreghe, delle conventicole, del "Piove, governo ladro", della Cassa per il Mezzogiorno trasformata in mangiatoia di tutti tranne di quelli che ne avevano bisogno, dei discorsi sui massimi sistemi mentre in strada un pensionato ruba per fame, dell'atto di dolore scandito dalla mano che poco prima ha rubato.
In Parlamento siamo stati noi a gridare contro chi non si intruppava; siamo stati noi a sputare su un collega, dimenticando ruolo e doveri; siamo noi a scegliere per convenienza di bottega, a salire sempre sul carro dei vincitori, a vivere situazioni tragiche ma non serie. E' il Paese che deve imporre riferimenti a chi viene delegato ad amministrarlo. Il contrario avviene solo per le greggi sui monti.
Stiamo per finire le scorte di benessere accumulate dai nostri padri nell'ultimo dopoguerra. Invece che corciarci le maniche e rimetterci seriamente al lavoro, preferiamo indebitarci e pensare che le falle dello Stato non sono nostre. Lo Stato è altrove, lontano dal nostro orto. Siamo ciechi e non vogliamo vedere perché ci mancano il nerbo, il carattere, lo spessore morale. I pochi che possono procedere dritti sono spiati da una moltitudine che si trascina. Sono osservati con sospetto, come diversi. Per un Falcone, un Borsellino, ci sono stati 10, 100, 1000 Cuffaro che hanno fatto ricorso alla delazione per aiutare gli amici. Ed altri 100.000 che fingono di non sapere. Al Nord come al Sud.
Siamo noi la nostra vergogna. E lo saremo alle prossime elezioni, quando ci compreranno con una elemosina, con la promessa di una elargizione, con graziose concessioni da principi grassi e scaltri, con discorsi da piazzista.
Teniamoci gli azzeccagarbugli, le corporazioni, le auto blu, gli ospedali che uccidono, scuole e sanità da terzo mondo offerte a tutti in nome di una democrazia senza palle, fatta solo di forme e chiacchiere. Ma, almeno, tentiamo di essere così dignitosi da non lamentarci e da non indignarci. L'indignazione è di chi può camminare a testa alta, non di chi si adatta a fare il servo.
Tarantella per il Requiem di una nazione mai nata.
Ma non è questo Barnum da retrobottega che avvilisce.
A sconfortare davvero è la consapevolezza che questi politici siamo noi, ci rappresentano come una immagine speculare. L'Italia non è mai stata una Repubblica, è rimasta quella dei comuni, delle congreghe, delle conventicole, del "Piove, governo ladro", della Cassa per il Mezzogiorno trasformata in mangiatoia di tutti tranne di quelli che ne avevano bisogno, dei discorsi sui massimi sistemi mentre in strada un pensionato ruba per fame, dell'atto di dolore scandito dalla mano che poco prima ha rubato.
In Parlamento siamo stati noi a gridare contro chi non si intruppava; siamo stati noi a sputare su un collega, dimenticando ruolo e doveri; siamo noi a scegliere per convenienza di bottega, a salire sempre sul carro dei vincitori, a vivere situazioni tragiche ma non serie. E' il Paese che deve imporre riferimenti a chi viene delegato ad amministrarlo. Il contrario avviene solo per le greggi sui monti.
Stiamo per finire le scorte di benessere accumulate dai nostri padri nell'ultimo dopoguerra. Invece che corciarci le maniche e rimetterci seriamente al lavoro, preferiamo indebitarci e pensare che le falle dello Stato non sono nostre. Lo Stato è altrove, lontano dal nostro orto. Siamo ciechi e non vogliamo vedere perché ci mancano il nerbo, il carattere, lo spessore morale. I pochi che possono procedere dritti sono spiati da una moltitudine che si trascina. Sono osservati con sospetto, come diversi. Per un Falcone, un Borsellino, ci sono stati 10, 100, 1000 Cuffaro che hanno fatto ricorso alla delazione per aiutare gli amici. Ed altri 100.000 che fingono di non sapere. Al Nord come al Sud.
Siamo noi la nostra vergogna. E lo saremo alle prossime elezioni, quando ci compreranno con una elemosina, con la promessa di una elargizione, con graziose concessioni da principi grassi e scaltri, con discorsi da piazzista.
Teniamoci gli azzeccagarbugli, le corporazioni, le auto blu, gli ospedali che uccidono, scuole e sanità da terzo mondo offerte a tutti in nome di una democrazia senza palle, fatta solo di forme e chiacchiere. Ma, almeno, tentiamo di essere così dignitosi da non lamentarci e da non indignarci. L'indignazione è di chi può camminare a testa alta, non di chi si adatta a fare il servo.
Tarantella per il Requiem di una nazione mai nata.
martedì 22 gennaio 2008
Un uomo d'oro. Anzi... di bronzo
Dal Corriere della Sera di oggi, 22 gennaio 2008.L'ex ministro Clemente Mastella, commentando la sua uscita dal governo: "...macché legge elettorale, macché Pd, macché Veltroni: io lo faccio per la mia famiglia". Su questo, non avevamo alcun dubbio (n.d.r.). "...anzi per tutte le famiglie italiane che potrebbero finire ingiustamente - questo lo dice lui - sotto torchio come è accaduto a me". Se mi si danno il suo guadagno mensile, il suo potere, la villa a Ceppaloni, amicizie importanti ed entrature come le sue, propongo agli inquirenti di mettere sotto controllo il telefono mio, della mia famiglia, dei miei parenti, nonché la cuccia del cane (n.d.r.). "Basta, me ne vado" ha esclamato davanti ai giornalisti attoniti, i quali: "Davvero?" Nelle redazioni di Striscia la Notizia e delle Iene sono volate imprecazioni ed hanno rimesso mano a scalette e programmi. Fra i lottizzati di ogni Ordine e grado sono scattate la paura e la corsa al telefono più vicino. In qualche caso, alla toilette più prossima. E ancora: "...se è così che funziona la legge, mi batto per cambiarla". In quasi due anni da ministro della giustizia non si era fatto manco uno straccio di idea sulle norme che regolano il Paese? (n.d.r.) Ed ecco il botto: "Ho dato una lezione di stile. Viene da me, meridionale; anzi, campano dell'interno". Ha deciso di fare concorrenza ad Aldo, Giovanni e Giacomo? (n.d.r.) " Io mi sono dimesso, altri no", con probabile riferimento ad Alfonso Pecoraro Scanio. Gara ed esempio edificanti (n.d.r.). E, infine, la sindrome da moglie tradita o commerciante turlupinato: "Prodi e Chiti : loro sono sempre stati corretti. Ma dagli altri che solidarietà ho incassato?" Lapsus da saccoccia desolata o desiderio d'affetto? (n.d.r.).
Ai posteri l'ardua sentenza. I presenti si astengono avendo cognizione della legge ed in particolare del reato di diffamazione. Comunque, nel rispetto dell'articolo 21 della Costituzione, sia consentito un lapidario commento: "Ma va...". E, come chiosa, una reminiscenza musicale di gioventù, richiamata delle ormai celebri reiterazioni mastelliane ("...macché legge elettorale, macché Pd, macché Veltroni"): macché politica, che cultura, sono solo canzonette, non mettetemi alle strette...". Edoardo Bennato, Sono solo canzonette.
* * *
Mentre la paura della recessione brucia nelle Borse europee 437 miliardi di euro in un giorno con lo spettro di una contrazione dell'economia e della crisi di mercati ed imprese internazionali, nella Casa delle Libertà si brinda alle nuove elezioni ed alla Mortadella (Prodi) finalmente mangiata in un sol boccone.
Col senno di poi, la politica italiana sembra dettata dal canovaccio di una sceneggiata napoletana. Due famiglie rivali si affrontano ingrugnite, quella degli spartani, con gente tosta e dura nei punti giusti, e quella degli ateniesi, che sembra una compagnia di giro con vesti sgargianti tendenti al rosso, caciarona e litigiosa. Poi scoppia la "traggedia" nella prima: lui (Berlusca) si invaghisce di una rossa in autoreggenti (Brambilla) che gli ridà la giovinezza; la consorte (Fini) si sente ingannata e scappa di casa; lo zio Bossi bofonchia e sputa a terra arrotolando insulti razzisti; il nipotino precisino (Casini) - furbetto - si smarca un po' per trovare un alloggio migliore. Quando lo scontro sembra concluso a favore degli ateniesi - gli spartani, partiti per fare i Charles Bronson, sono diventati delle Mary Poppins (riprendendo una gran metafora di Pietro Tarricone) - ecco il colpo di scena: l'ateniese zia del sud, molestata, esce in strada gridando alla profanazione ed ingiungendo solidarietà di casata. Quando si accorge che i coinquilini si limitano ad osservare, si mette in piazza, pronta ad offrire le sue grazie - modeste ma determinanti - al primo che saprà conquistarla con concessioni da regina. Insomma, Montecchi e Capuleti. Ma nel dramma di Shakespeare, almeno, alla fine Giulietta moriva. Qua si finisce a tarallucci e vino.
Scommettiamo che il 5 febbraio prossimo qualcuno festeggerà i 61 anni in una casa azzurra? Sarebbe il lieto fine auspicato da ogni uomo Clemente.
Il sito ufficiale di Clemente Mastella: http://www.mastella.it/ ...o forse no?
lunedì 21 gennaio 2008
I have a dream
"I have a dream", io ho un sogno, come direbbe Martin Luther King: Silvio (B.) e Clemente (M.) che ballano a braccetto cantando: "Evvaaiii, vaaii, spesa fantasticaaa"! Ovviamente, l'approdo non è il supermercato Crai della pubblicità, ma l'ala destra del parlamento che ultimamente si è un po' frammentata. Da 50 anni, il ruolo di mediano è quello che rende di più alla squadra di casa. Le punte sono sempre mancate, a parte De Gasperi e pochi altri; sulle fasce laterali hanno corso tanto per concludere poco, mentre a centro campo - vicino all'arbitro - si sono decise tante partite. Chissà se anche stavolta qualche pacioccone modello San Marzano maturo, tanto sfrontato da stordire le coscienze, cambierà casacca alla faccia degli spettatori paganti.
..."Non ho più parole, ma solo parolacce", come dico io quando leggo il giornale.
I nostri padri ed i nostri nonni con la repubblica e la democrazia costruirono l'Italia del riscatto. A noi è rimasta quella del ricatto.
Ostinatamente mi chiedo: qual è il motivo dell'uscita dell'Udeur dalla coalizione di governo? Il tema della giustizia? la mancata condanna della magistratura? Come mai solo ora l'ex ministro si è accorto che i tribunali (o le procure) non funzionano? Rimproverando agli inquirenti il momento "sospetto" per recapitargli l'avviso di garanzia, non si accorge che la stessa accusa di ravvedimento ad hoc può essere mossa alla sua effigie ed agli strali moralizzatori che lancia?
A volte, la politica ha ragioni che la ragione non conosce. Vuoi vedere che, dalla immunità parlamentare, si passerà alla assoluzione parlamentare?
..."Non ho più parole, ma solo parolacce", come dico io quando leggo il giornale.
I nostri padri ed i nostri nonni con la repubblica e la democrazia costruirono l'Italia del riscatto. A noi è rimasta quella del ricatto.
Ostinatamente mi chiedo: qual è il motivo dell'uscita dell'Udeur dalla coalizione di governo? Il tema della giustizia? la mancata condanna della magistratura? Come mai solo ora l'ex ministro si è accorto che i tribunali (o le procure) non funzionano? Rimproverando agli inquirenti il momento "sospetto" per recapitargli l'avviso di garanzia, non si accorge che la stessa accusa di ravvedimento ad hoc può essere mossa alla sua effigie ed agli strali moralizzatori che lancia?
A volte, la politica ha ragioni che la ragione non conosce. Vuoi vedere che, dalla immunità parlamentare, si passerà alla assoluzione parlamentare?
domenica 20 gennaio 2008
Totò, Clementino e... la brava femmina
La notizia -
Finalmente. A 52 anni di distanza, arriva sulle scene il remake del film "Totò, Peppino e... la malafemmina" di Camillo Mastrocinque. Poiché la prima versione venne realizzata nel 1956, si è reso necessario un minimo di maquillage. Il nuovo titolo sarà: "Totò, Clementino e... la brava femmina". A indossare le vesti che furono del grande De Curtis è stato chiamato il "giovane" 50enne di Raffadali, in provincia di Agrigento, Salvatore Cuffaro. Il ruolo di Peppino de Filippo è stato invece assegnato a Clemente Mastella, un ex comprimario Dc che è salito alla ribalta negli ultimi anni. Un cambiamento sostanziale ha riguardato la "malafemmina" che questa volta avrà il volto botticelliano di Stefania Prestigiacomo, distintasi per una inattesa dose di coraggio e di buon senso in scena. Su chi dirige il film non è stata rilasciata alcuna nota ufficiale, ma Il Corriere della Sera di oggi, 20 gennaio 2008, rivela una battuta che squarcia un velo sull'identità del regista. "La verità è che qui si è tentato di fare fuori un partito. E' un attentato alla Costituzione. Deve intervenire Napolitano (cioè il presidente della repubblica, n.d.r.). L'ho chiamato per dirglielo". La frase virgolettata, pronunciata da Clementino, reca l'impronta di Woody Allen e ricalca una geniale boutade dell'americano: "Credere in Dio? Beh, diciamo che lo stimo".
Gli interpreti - Salvatore Cuffaro, in arte Totò, si era già messo in luce in varie trasmissioni televisive, a partire dal "Maurizio Costanzo show". Celebre è rimasto un suo intervento, nel quale l'allora giovane democristiano (la Dc ha dimostrato, ancora una volta, di essere prolifica fucina di talenti) si scagliò contro un attonito Giovanni Falcone, accusandolo di voler infangare la comune terra siciliana. La scena acquistò uno spessore emotivo quando Falcone ebbe un incidente a Capaci, lungo l'autostrada Trapani-Palermo, saltando in aria su un ordigno. In tempi più recenti, la ribalta televisiva ha visto Totò indossare una coppola in testa, con un nobile richiamo alle migliori tradizioni culturali della sua terra. In "Totò, Clementino e... la brava femmina" lo si vede offrire un vassoio di cannoli freschi ad un folto gruppo di sodali che lo festeggiano dopo una condanna per favoreggiamento, rivelazione di notizie riservate ed interdizione dai pubblici uffici. Un imprevisto, quest'ultimo, che potrebbe comprometterne la futura carriera, anche se la gavetta cinematografica ed il mestiere acquisito gli hanno consentito di minimizzarne la portata. Particolarmente apprezzata la mimica del volto che lo inserisce a buon diritto fra le migliori "facce di gomma" degli ultimi anni.
Clemente Mastella, in arte Clementino, viene anch'egli dalla scuola democristiana, dove si è formato e dove è cresciuto di anno in anno, passando da dietro le quinte alle ribalte destra e sinistra, per approdare infine al proscenio nazionale nello storico teatro di Palazzo Chigi. L'abbandono del ruolo di comprimario si è avuto negli anni Novanta, quando la vecchia guardia si allontanò dalle scene a seguito dei ripetuti inviti a comparire altrove avanzati dalla magistratura. Sebbene a tratti sembri dimenticare l'aplomb di riveriti maestri come Giulio Andreotti (al quale si devono commenti molto sobri in occasione del suo processo per Mafia), Clementino dimostra un prepotente istrionismo ed una verve che rasenta il surreale. Negli annali cinematografici è già stata iscritta la sua orazione "Mi dimetto", pronunciata al Senato ed ispirata al monologo di Marlon Brando nelle vesti di Marcantonio ai piedi del Cesare trafitto (stessa location, sebbene in epoche diverse). Nel film appena proposto, che si presenta come un efficace esperimento di work in progress, sono attese sue nuove battute che ricalcheranno la collaudata formula nazional-popolare del tono drammatico applicato ad episodi banali, a volte ridicoli, ai limiti del grottesco. Insomma, un degno erede della commedia di cui l'Italia è sempre stata maestra.
Stefania Prestigiacomo, la brava femmina, è donna dai lineamenti scultorei, la cui avvenenza le fa perdonare una dizione non ancora perfetta e spesso tradita da vocali troppo aperte a causa delle origini siciliane. La Prestigiacomo si è distinta nelle ultime riprese, durante le quali ha dato prova di ragionevolezza e di decenza, rispolverando una attenzione che sembrava perduta nel corso delle rappresentazioni. Al pubblico più attento non è infatti sfuggito il suo appello alla ragione, quando ha commentato sulle colonne del Corriere della Sera: "No, non ci piace questa Sicilia dei cannoli. In privato, Totò (l'altro protagonista, n.d.r.) faccia quel che vuole. Ma che c'è da festeggiare dopo una condanna a 5 anni? Torni pure al lavoro, ma con un po' di sobrietà in più, senza i brindisi dell'altra sera, una vera stonatura". Stefania, grazie per la sua sincerità, un tocco di sano neo-realismo.
P.s. La parte della malafemmina era stata inizialmente proposta a Sandra Lonardo Mastella, presidente del Consiglio regionale della Campania, regione nota per i pregi artistici e per le scenografie composte da rifiuti. Ma, come si precisa in una nota della produzione, la signora ha preferito stare rinchiusa in casa.
Come suggerito da P. (ancora grazie), per offrire un saggio delle doti interpretative di Totò, si provvede ad inserire il filmato di repertorio citato e cioè il "confronto" con Giovanni Falcone, del 1992.
Finalmente. A 52 anni di distanza, arriva sulle scene il remake del film "Totò, Peppino e... la malafemmina" di Camillo Mastrocinque. Poiché la prima versione venne realizzata nel 1956, si è reso necessario un minimo di maquillage. Il nuovo titolo sarà: "Totò, Clementino e... la brava femmina". A indossare le vesti che furono del grande De Curtis è stato chiamato il "giovane" 50enne di Raffadali, in provincia di Agrigento, Salvatore Cuffaro. Il ruolo di Peppino de Filippo è stato invece assegnato a Clemente Mastella, un ex comprimario Dc che è salito alla ribalta negli ultimi anni. Un cambiamento sostanziale ha riguardato la "malafemmina" che questa volta avrà il volto botticelliano di Stefania Prestigiacomo, distintasi per una inattesa dose di coraggio e di buon senso in scena. Su chi dirige il film non è stata rilasciata alcuna nota ufficiale, ma Il Corriere della Sera di oggi, 20 gennaio 2008, rivela una battuta che squarcia un velo sull'identità del regista. "La verità è che qui si è tentato di fare fuori un partito. E' un attentato alla Costituzione. Deve intervenire Napolitano (cioè il presidente della repubblica, n.d.r.). L'ho chiamato per dirglielo". La frase virgolettata, pronunciata da Clementino, reca l'impronta di Woody Allen e ricalca una geniale boutade dell'americano: "Credere in Dio? Beh, diciamo che lo stimo".Gli interpreti - Salvatore Cuffaro, in arte Totò, si era già messo in luce in varie trasmissioni televisive, a partire dal "Maurizio Costanzo show". Celebre è rimasto un suo intervento, nel quale l'allora giovane democristiano (la Dc ha dimostrato, ancora una volta, di essere prolifica fucina di talenti) si scagliò contro un attonito Giovanni Falcone, accusandolo di voler infangare la comune terra siciliana. La scena acquistò uno spessore emotivo quando Falcone ebbe un incidente a Capaci, lungo l'autostrada Trapani-Palermo, saltando in aria su un ordigno. In tempi più recenti, la ribalta televisiva ha visto Totò indossare una coppola in testa, con un nobile richiamo alle migliori tradizioni culturali della sua terra. In "Totò, Clementino e... la brava femmina" lo si vede offrire un vassoio di cannoli freschi ad un folto gruppo di sodali che lo festeggiano dopo una condanna per favoreggiamento, rivelazione di notizie riservate ed interdizione dai pubblici uffici. Un imprevisto, quest'ultimo, che potrebbe comprometterne la futura carriera, anche se la gavetta cinematografica ed il mestiere acquisito gli hanno consentito di minimizzarne la portata. Particolarmente apprezzata la mimica del volto che lo inserisce a buon diritto fra le migliori "facce di gomma" degli ultimi anni.
Clemente Mastella, in arte Clementino, viene anch'egli dalla scuola democristiana, dove si è formato e dove è cresciuto di anno in anno, passando da dietro le quinte alle ribalte destra e sinistra, per approdare infine al proscenio nazionale nello storico teatro di Palazzo Chigi. L'abbandono del ruolo di comprimario si è avuto negli anni Novanta, quando la vecchia guardia si allontanò dalle scene a seguito dei ripetuti inviti a comparire altrove avanzati dalla magistratura. Sebbene a tratti sembri dimenticare l'aplomb di riveriti maestri come Giulio Andreotti (al quale si devono commenti molto sobri in occasione del suo processo per Mafia), Clementino dimostra un prepotente istrionismo ed una verve che rasenta il surreale. Negli annali cinematografici è già stata iscritta la sua orazione "Mi dimetto", pronunciata al Senato ed ispirata al monologo di Marlon Brando nelle vesti di Marcantonio ai piedi del Cesare trafitto (stessa location, sebbene in epoche diverse). Nel film appena proposto, che si presenta come un efficace esperimento di work in progress, sono attese sue nuove battute che ricalcheranno la collaudata formula nazional-popolare del tono drammatico applicato ad episodi banali, a volte ridicoli, ai limiti del grottesco. Insomma, un degno erede della commedia di cui l'Italia è sempre stata maestra.
Stefania Prestigiacomo, la brava femmina, è donna dai lineamenti scultorei, la cui avvenenza le fa perdonare una dizione non ancora perfetta e spesso tradita da vocali troppo aperte a causa delle origini siciliane. La Prestigiacomo si è distinta nelle ultime riprese, durante le quali ha dato prova di ragionevolezza e di decenza, rispolverando una attenzione che sembrava perduta nel corso delle rappresentazioni. Al pubblico più attento non è infatti sfuggito il suo appello alla ragione, quando ha commentato sulle colonne del Corriere della Sera: "No, non ci piace questa Sicilia dei cannoli. In privato, Totò (l'altro protagonista, n.d.r.) faccia quel che vuole. Ma che c'è da festeggiare dopo una condanna a 5 anni? Torni pure al lavoro, ma con un po' di sobrietà in più, senza i brindisi dell'altra sera, una vera stonatura". Stefania, grazie per la sua sincerità, un tocco di sano neo-realismo.
P.s. La parte della malafemmina era stata inizialmente proposta a Sandra Lonardo Mastella, presidente del Consiglio regionale della Campania, regione nota per i pregi artistici e per le scenografie composte da rifiuti. Ma, come si precisa in una nota della produzione, la signora ha preferito stare rinchiusa in casa.Come suggerito da P. (ancora grazie), per offrire un saggio delle doti interpretative di Totò, si provvede ad inserire il filmato di repertorio citato e cioè il "confronto" con Giovanni Falcone, del 1992.
sabato 19 gennaio 2008
Scemo chi elegge
Salvatore Cuffaro, in arte Totò, presidente Udc dell'Assemblea siciliana: "La Sicilia non merita di avere un presidente della Regione condannato". Fu questa la risposta che diede a Giuliano Ferrara durante la trasmissione "Otto e mezzo" su La7, il 17 ottobre scorso. Il giornalista, serrando gli occhietti furbi, incalzò intrepido: "Subito? dopo la sentenza di primo grado, senza aspettare il verdetto della Cassazione?". "Sì - confermò graniticamente il politico - un'eventuale condanna vale da subito. Dovrei continuare a fare il presidente della Regione da condannato e credo che la Sicilia meriti rispetto, così come lo merita la magistratura". Non solo. Rincarò la dose di moralità che non intendeva usare in dose "q.b.", come nelle ricette di Nonna Papera: "Credo che il mio ruolo istituzionale mi imponga di dimettermi e di lasciare la politica". Tonino Russo, vicepresidente del Pd siciliano, presente al dibattito, dovette incassare il gran proposito: "Apprezzo le parole del presidente. Le sue dimissioni in caso di condanna sono un atto di grande valore istituzionale". Due giorni prima, a carico di Totò erano stati chiesti 8 anni di carcere per favoreggiamento a Cosa nostra; in base all'accusa, avrebbe rivelato ad alcuni indagati che il loro telefono era sotto controllo, avvantaggiando l'organizzazione criminale.
Venerdì 18 gennaio 2008. Totò viene condannato dal tribunale di Palermo a 5 anni di reclusione ed alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, per favoreggiamento semplice e rivelazione di notizie riservate; i giudici non hanno ritenuto sufficientemente provato il favoreggiamento aggravato e cioè l'aver agito nell'interesse di Cosa nostra. Totò esulta: "Resto al mio posto! E' stato riconosciuto che non sono
colluso". In pratica, come ha sottolineato il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, Totò avrebbe favorito singoli mafiosi come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Vincenzo Greco, Michele Aiello e Domenico Miceli, ma non Cosa nostra. Il posto è salvo e Cuffaro ha prontamente rassicurato i suoi fedelissimi: "Da domani torno al lavoro". Insomma, tutto come prima e più di prima. Se la condanna sarà confermata nei successivi gradi di giudizio, lui avrà pure aiutato dei mafiosi, ma non la mafia.
A margine: il senatore a vita (in quanto ex Presidente della Repubblica) Francesco Cossiga - da molti considerato un maitre à penser da quando ha abbandonato la logica comune per "imbracciare" il piccone - commentando per Il Corriere della Sera la sentenza di primo grado emessa a Palermo, ha definito ridicola la condanna. "In nessun Paese è reato dire a qualcuno 'Tu hai il telefono sotto controllo'. Ma stiamo scherzando?". Ma è scemo?
Altro capitolo della saga nazional-politica. Dopo l'orazione di Clemente Mastella in Senato "Mi dimetto per... mi dimetto per.. mi dimetto per... mi dimetto per... mi dimetto per... mi dimetto per amore", scende in campo anche il suo partito, l'Udeur. Il capogruppo alla Camera, Mauro Fabris, ha avvertito: "Se lunedì la maggioranza non vota una mozione di totale condivisione di quanto ha detto il Ministro in aula, una formula del tipo 'ascoltata la relazione del governo, si approva...', allora non c’è più una maggioranza, non solo dal punto di vista numerico ma politico, e i nostri voti non si contano più'. Prima di uscire dalla porta girevole, mercoledì scorso l'ex ministro di grazia e giustizia, Clemente, appunto, ha infatti depositato alle Camere una relazione sullo stato della giustizia. Un documento che si immagina distaccato e rigoroso sull'operato della magistratura. Brancaleone non resta solo, la sua armata lo segue. L'alone di ricatto, che qualche maligno potrebbe intravvedere nell'aut-aut dell'Udeur, è nulla in confronto ai gemiti che si sono levati dalla chiesa di Saint-Jean d’Étampes a la Brède, nei pressi di Bordeaux. Lì riposavano le spoglie del barone Luis Montesquieu, teorico del principio della separazione dei poteri alla base dello stato di diritto. Qui, nel Duemila italiano, è il momento della plebe e del folclore nigeriano condito con peperoncino calabrese.
A margine: intervistato dal Corriere della Sera, il 12 volte ministro Remo Gaspari ha ricordato la politica di scambio di servizi e non di potere della "sua" Democrazia Cristiana. Gaspari, che ha dato lavoro a non meno di 200.000 abruzzesi, ha ricordato che vive a Gissi nella casa del padre ed a Roma in quella del suocero. Altri, a Ceppaloni, pur avendo fatto occupare al massimo qualche migliaio di poltrone, stanno in villa. Sic transeat elegantia mundi. O, meglio, elegantia raccomandationis.
Ultima nota, seguendo il filo delle mie opinioni. Sempre sul Corriere di oggi, 19 gennaio 2008, si legge il racconto di un giovane geologo napoletano, Vittorio Emanuele Iervolino che, a dispetto del cognome, non gode di appoggi. E' costretto a fare quattro lavori per guadagnare circa 700 euro al mese. Due anni fa, nonostante i complimenti della commissione giudicatrice, giunse ottavo su sei posti al concorso per l'Autorità di bacino del Sele. Secondo le indagini, sarebbe stato scavalcato dai candidati segnalati da Carlo Camilleri, consuocero di Clemente Mastella.
A chi la colpa di un eventuale crollo fisico di questo ragazzo e delle annesse conseguenze (sia mai, ovviamente, che possa godersi quanto prima tutte le soddisfazioni che merita)? Tanti anni fa, in Abruzzo, un giovane aspirante giornalista morì in un incidente automobilistico, tornando a casa dopo uno dei massacranti turni di lavoro a cui deve sottoporsi chi desidera diventare redattore senza le conoscenze giuste. In quello stesso momento, qualche raccomandato firmava il suo bell'articolo con la qualifica di professionista assunto a tempo indeterminato, magari esaltando le gesta del suo benefattore o ringraziandolo per l'ennesimo favore: "Grazie, mister x!". Chissà se chi siede su una poltona poco cristallina si chiede mai chi ha pagato il prezzo dei suoi privilegi... Eh sì, è il solito discorso che torna: chi paga?
Scemo chi elegge.
Forse non rientra nella "sintassi" del buon autore di blog, ma lo faccio ugualmente: riporto il commento di uno dei rarissimi lettori di Opinioni perché, oltre ad essere limpido nella forma, è denso nei contenuti. Sono testimonianze come questa che ci fanno sentire meno soli, stemperano un po' l'indignazione per quel che accade, danno la spinta a non farsi sopraffare dai circensi senza talento che affollano i nostri giorni. Grazie all'autore del commento per l'attenzione e grazie a C. che ha segnalato il mio post.
Caro Blogger, scrivo il mio commento dalla Sicilia dove risiedo praticamente dalla nascita. In questi giorni anch'io sono stato particolarmente attento alla vicenda Cuffaro (e non solo) e, com'è noto, fino a ieri, prima della sentenza, il "nostro" aveva confermato la propria volontà di dimettersi se fosse stato riconosciuto colluso con "Cosa nostra". Personalmente non ho mai creduto a questa storiella e, puntualmente, è venuto fuori questo strano distinguo: aver agevolato singoli mafiosi non equivale ad agevolare l'organizzazione.
Bizantinismi di questo tipo sono l'essenza della politica siciliana, ma forse anche di quella italiana.
Che dovrei fare come siciliano? dovrei tirare un sospiro di sollievo perché il buon Totò rimarrà al suo posto per risolvere con indefessa dedizione i problemi dei siciliani (dunque anche i miei) o dovrei deprimermi perché per l'ennesima volta la gente di Sicilia dimostra di non capire che una politica avulsa dalla morale ottiene l'esatto contrario di ciò che dovrebbe prefiggersi?
Nessuna delle due cose. Resto dell'idea che la democrazia ha in sé gli anticorpi per liberarci da queste sconcezze e continuo la mia personale battaglia (insieme ad altri siciliani di buona volontà) perché si diventi consapevoli della necessità di partecipazione più attiva di tutti alla vita politica. In fondo la cosa pubblica meriterebbe almeno l'attenzione che riserviamo alle questioni del nostro condominio, non crede?
Venerdì 18 gennaio 2008. Totò viene condannato dal tribunale di Palermo a 5 anni di reclusione ed alla interdizione perpetua dai pubblici uffici, per favoreggiamento semplice e rivelazione di notizie riservate; i giudici non hanno ritenuto sufficientemente provato il favoreggiamento aggravato e cioè l'aver agito nell'interesse di Cosa nostra. Totò esulta: "Resto al mio posto! E' stato riconosciuto che non sono
colluso". In pratica, come ha sottolineato il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, Totò avrebbe favorito singoli mafiosi come Giuseppe Guttadauro, Salvatore Aragona, Vincenzo Greco, Michele Aiello e Domenico Miceli, ma non Cosa nostra. Il posto è salvo e Cuffaro ha prontamente rassicurato i suoi fedelissimi: "Da domani torno al lavoro". Insomma, tutto come prima e più di prima. Se la condanna sarà confermata nei successivi gradi di giudizio, lui avrà pure aiutato dei mafiosi, ma non la mafia.A margine: il senatore a vita (in quanto ex Presidente della Repubblica) Francesco Cossiga - da molti considerato un maitre à penser da quando ha abbandonato la logica comune per "imbracciare" il piccone - commentando per Il Corriere della Sera la sentenza di primo grado emessa a Palermo, ha definito ridicola la condanna. "In nessun Paese è reato dire a qualcuno 'Tu hai il telefono sotto controllo'. Ma stiamo scherzando?". Ma è scemo?
Altro capitolo della saga nazional-politica. Dopo l'orazione di Clemente Mastella in Senato "Mi dimetto per... mi dimetto per.. mi dimetto per... mi dimetto per... mi dimetto per... mi dimetto per amore", scende in campo anche il suo partito, l'Udeur. Il capogruppo alla Camera, Mauro Fabris, ha avvertito: "Se lunedì la maggioranza non vota una mozione di totale condivisione di quanto ha detto il Ministro in aula, una formula del tipo 'ascoltata la relazione del governo, si approva...', allora non c’è più una maggioranza, non solo dal punto di vista numerico ma politico, e i nostri voti non si contano più'. Prima di uscire dalla porta girevole, mercoledì scorso l'ex ministro di grazia e giustizia, Clemente, appunto, ha infatti depositato alle Camere una relazione sullo stato della giustizia. Un documento che si immagina distaccato e rigoroso sull'operato della magistratura. Brancaleone non resta solo, la sua armata lo segue. L'alone di ricatto, che qualche maligno potrebbe intravvedere nell'aut-aut dell'Udeur, è nulla in confronto ai gemiti che si sono levati dalla chiesa di Saint-Jean d’Étampes a la Brède, nei pressi di Bordeaux. Lì riposavano le spoglie del barone Luis Montesquieu, teorico del principio della separazione dei poteri alla base dello stato di diritto. Qui, nel Duemila italiano, è il momento della plebe e del folclore nigeriano condito con peperoncino calabrese.
A margine: intervistato dal Corriere della Sera, il 12 volte ministro Remo Gaspari ha ricordato la politica di scambio di servizi e non di potere della "sua" Democrazia Cristiana. Gaspari, che ha dato lavoro a non meno di 200.000 abruzzesi, ha ricordato che vive a Gissi nella casa del padre ed a Roma in quella del suocero. Altri, a Ceppaloni, pur avendo fatto occupare al massimo qualche migliaio di poltrone, stanno in villa. Sic transeat elegantia mundi. O, meglio, elegantia raccomandationis.
Ultima nota, seguendo il filo delle mie opinioni. Sempre sul Corriere di oggi, 19 gennaio 2008, si legge il racconto di un giovane geologo napoletano, Vittorio Emanuele Iervolino che, a dispetto del cognome, non gode di appoggi. E' costretto a fare quattro lavori per guadagnare circa 700 euro al mese. Due anni fa, nonostante i complimenti della commissione giudicatrice, giunse ottavo su sei posti al concorso per l'Autorità di bacino del Sele. Secondo le indagini, sarebbe stato scavalcato dai candidati segnalati da Carlo Camilleri, consuocero di Clemente Mastella.
A chi la colpa di un eventuale crollo fisico di questo ragazzo e delle annesse conseguenze (sia mai, ovviamente, che possa godersi quanto prima tutte le soddisfazioni che merita)? Tanti anni fa, in Abruzzo, un giovane aspirante giornalista morì in un incidente automobilistico, tornando a casa dopo uno dei massacranti turni di lavoro a cui deve sottoporsi chi desidera diventare redattore senza le conoscenze giuste. In quello stesso momento, qualche raccomandato firmava il suo bell'articolo con la qualifica di professionista assunto a tempo indeterminato, magari esaltando le gesta del suo benefattore o ringraziandolo per l'ennesimo favore: "Grazie, mister x!". Chissà se chi siede su una poltona poco cristallina si chiede mai chi ha pagato il prezzo dei suoi privilegi... Eh sì, è il solito discorso che torna: chi paga?
Scemo chi elegge.
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Forse non rientra nella "sintassi" del buon autore di blog, ma lo faccio ugualmente: riporto il commento di uno dei rarissimi lettori di Opinioni perché, oltre ad essere limpido nella forma, è denso nei contenuti. Sono testimonianze come questa che ci fanno sentire meno soli, stemperano un po' l'indignazione per quel che accade, danno la spinta a non farsi sopraffare dai circensi senza talento che affollano i nostri giorni. Grazie all'autore del commento per l'attenzione e grazie a C. che ha segnalato il mio post.
Caro Blogger, scrivo il mio commento dalla Sicilia dove risiedo praticamente dalla nascita. In questi giorni anch'io sono stato particolarmente attento alla vicenda Cuffaro (e non solo) e, com'è noto, fino a ieri, prima della sentenza, il "nostro" aveva confermato la propria volontà di dimettersi se fosse stato riconosciuto colluso con "Cosa nostra". Personalmente non ho mai creduto a questa storiella e, puntualmente, è venuto fuori questo strano distinguo: aver agevolato singoli mafiosi non equivale ad agevolare l'organizzazione.
Bizantinismi di questo tipo sono l'essenza della politica siciliana, ma forse anche di quella italiana.
Che dovrei fare come siciliano? dovrei tirare un sospiro di sollievo perché il buon Totò rimarrà al suo posto per risolvere con indefessa dedizione i problemi dei siciliani (dunque anche i miei) o dovrei deprimermi perché per l'ennesima volta la gente di Sicilia dimostra di non capire che una politica avulsa dalla morale ottiene l'esatto contrario di ciò che dovrebbe prefiggersi?
Nessuna delle due cose. Resto dell'idea che la democrazia ha in sé gli anticorpi per liberarci da queste sconcezze e continuo la mia personale battaglia (insieme ad altri siciliani di buona volontà) perché si diventi consapevoli della necessità di partecipazione più attiva di tutti alla vita politica. In fondo la cosa pubblica meriterebbe almeno l'attenzione che riserviamo alle questioni del nostro condominio, non crede?
sabato 12 gennaio 2008
'O barone e la foglia di fico
Le etichette sono un valore aggiunto, a cui si ricorre quando quello reale non basta.
Mi ha sempre divertito ed a volte indignato l'uso che si fa nel nostro Paese dei titoli nobiliari, di studio, professionali, di status. Ad esempio, ho sempre pensato che, quando una donna si fa chiamare marchesa, lo fa per coprire con un velo certe bassezze sfuggite alle regole del lignaggio (solitamente, si tratta di alcove affollate). Così come dubito della professionalità di certi contabili che, parlando di sé, usano con astuzia d'accatto la terza persona singolare e dicono: "Il professore..." (parlo per esperienza diretta e mi riferisco ad un consulente che aveva scarsa dimestichezza con i numeri ed ampia confidenza con gli inchini). Mi vengono in mente certi premi di poesia che includono nella intestazione il termine "internazionale" per esorcizzare la paura di non uscire dai confini rionali (circostanza quasi sempre verificata). Con un facile gioco di parole, si potrebbe sintetizzare sentenziando che l'attributo serve ad esaltare attributi altrimenti modesti, come un aggettivo pomposo inserito per imbellettare un concetto banale. Si tratta di artifici retorici che pescano nel nostro passato più o meno borbonico (tutta l'Italia è paese ed Azzeccagarbugli era del Nord, mi pare), usati per abbindolare le folle e soprattutto gli ingenui col complesso del q.i. basso o degli studi stentati. E, come ogni artificio, quello del piedistallo esibito è un trucco debole nella sostanza ma efficace nei risultati, che si ripete nel tempo come un teorema collaudato, applicabile a mille e più situazioni: l'umile si inchina ed il magliaro gonfia petto e saccocce.
Per farla breve: i titoli sono sempre - a mio avviso - indice di provincialismo e di ristrettezze mentali, sociali, culturali. In Francia, all'Eliseo (la sede del premier), troviamo monsieur le président (il signor presidente); negli Stati Uniti, alla Casa Bianca, siede mr. president (anche in questo caso, il signor presidente). In Italia, il Paese occidentale peggio governato degli ultimi 40 anni, abbiamo avuto ultimamente un Cavaliere ed un Professore.
Quindi, giuro: se si dovesse passare alla elezione diretta del premier, voterò il primo signor Rossi in lista, che si presenterà alle urne senza foglie di fico per nascondere attributi da bimbo.
Mi ha sempre divertito ed a volte indignato l'uso che si fa nel nostro Paese dei titoli nobiliari, di studio, professionali, di status. Ad esempio, ho sempre pensato che, quando una donna si fa chiamare marchesa, lo fa per coprire con un velo certe bassezze sfuggite alle regole del lignaggio (solitamente, si tratta di alcove affollate). Così come dubito della professionalità di certi contabili che, parlando di sé, usano con astuzia d'accatto la terza persona singolare e dicono: "Il professore..." (parlo per esperienza diretta e mi riferisco ad un consulente che aveva scarsa dimestichezza con i numeri ed ampia confidenza con gli inchini). Mi vengono in mente certi premi di poesia che includono nella intestazione il termine "internazionale" per esorcizzare la paura di non uscire dai confini rionali (circostanza quasi sempre verificata). Con un facile gioco di parole, si potrebbe sintetizzare sentenziando che l'attributo serve ad esaltare attributi altrimenti modesti, come un aggettivo pomposo inserito per imbellettare un concetto banale. Si tratta di artifici retorici che pescano nel nostro passato più o meno borbonico (tutta l'Italia è paese ed Azzeccagarbugli era del Nord, mi pare), usati per abbindolare le folle e soprattutto gli ingenui col complesso del q.i. basso o degli studi stentati. E, come ogni artificio, quello del piedistallo esibito è un trucco debole nella sostanza ma efficace nei risultati, che si ripete nel tempo come un teorema collaudato, applicabile a mille e più situazioni: l'umile si inchina ed il magliaro gonfia petto e saccocce.
Per farla breve: i titoli sono sempre - a mio avviso - indice di provincialismo e di ristrettezze mentali, sociali, culturali. In Francia, all'Eliseo (la sede del premier), troviamo monsieur le président (il signor presidente); negli Stati Uniti, alla Casa Bianca, siede mr. president (anche in questo caso, il signor presidente). In Italia, il Paese occidentale peggio governato degli ultimi 40 anni, abbiamo avuto ultimamente un Cavaliere ed un Professore.
Quindi, giuro: se si dovesse passare alla elezione diretta del premier, voterò il primo signor Rossi in lista, che si presenterà alle urne senza foglie di fico per nascondere attributi da bimbo.
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